Lo so io, fui appeso al tronco sferzato dal vento

Uno dei più grandi misteri per gli accademici che si son posti a studiare la mitologia scandinava è costituito dalle stanze dell’Hâvamâl dalla 138° alla 145°, le quali trattano di quello che è stato interpretato come l’auto-sacrificio di Odino, la sua nascita, o di come egli apprese le rune. Se avete piacere di unirvi a me in un viaggio nel passato vi darò una prospettiva dalla quale osservare ciò che realmente accadde…

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138.
Veit ek, at ek hekk
vindga meiði á
nætr allar níu,
geiri undaðr
ok gefinn Óðni,
sjalfr sjalfum mér,
á þeim meiði,
er manngi veit
hvers af rótum renn.

<<Lo so io, fui appeso
al tronco sferzato dal vento
per nove intere notti,
ferito di lancia
e consegnato a Odino,
io stesso a me stesso,
su quell’albero
che nessuno sa
dove dalle radici s’innalzi.>>

Ciò che veramente abbiamo davanti ai nostri occhi è un soggetto che, denudatosi, appende le sue vesti ai rami dell’albero sacrificale che cresce sul tumulo sepolcrale, per far sembrare come se si fosse ad essi appeso. Trafigge i suoi abiti con una lancia, nel medesimo intento. Successivamente, entra all’interno del tumulo per trovare ciò che percepisce come il suo vecchio corpo, quello che possedette in una vita precedente; finge d’essere un defunto ed è per tanto condotto da Odino nella tomba; Odino sarebbe la versione scandinava di Ermes/Mercurio, dio che accompagna i morti nel luogo del loro riposo. Per ciò vien detto che sacrifica sè stesso a sè stesso.

139.
Við hleifi mik sældu
né við hornigi;
nýsta ek niðr,
nam ek upp rúnar,
æpandi nam,
fell ek aftr þaðan.

<<Con pane non mi saziarono
né con corni mi dissetarono.
Guardai in basso,
feci salire le rune,
chiamandole lo feci,
e caddi di là.>>

Per tutto il periodo di nove giorni e nove notti necessari all’iniziazione e all’apprendimento dei segreti, le sue vesti rimangono appese all’albero. E lì rimangono per tutta la durata del processo e non saranno rimosse nè reindossate finché non avrà termine.

140.
Fimbulljóð níu
nam ek af inum frægja syni
Bölþorns, Bestlu föður,
ok ek drykk of gat
ins dýra mjaðar,
ausinn Óðreri.

<<Nove terribili incantesimi
ricevetti dall’illustre figlio
di Bǫlþorn, padre di Bestla,
e un sorso ottenni
del prezioso idromele
attinto da Óðrørir.>>

Il candidato porta con sè un ramo di vischio (= la “mala spina”, traduzione letterale di Bölþorn — N.d.T.). Questa è la chiave, il sacro oggetto che deve presentare al cospetto dell’attrice che lo sta attendendo all’interno del tumulo. E’ necessario affinchè ella gli impartisca i sacri insegnamenti. In realtà, non beve proprio nulla, invece impara i segreti, le sacre canzoni, che destano la sua mente. Si siede in silenzio ad ascoltare ciò che l’attrice ha da dirgli.

141.
Þá nam ek frævask
ok fróðr vera
ok vaxa ok vel hafask,
orð mér af orði
orðs leitaði,
verk mér af verki
verks leitaði.

<<Ecco io presi a fiorire
e diventai saggio,
a crescere e farmi possente.
Parola per me da parola
trassi con la parola,
opera per me da opera
trassi con l’opera.>>

Il candidato impara a dovere le canzoni, per tanto diviene migliore, accrescendo la sua saggezza. Acquisisce l’hamingja del suo sè precedente, quella del defunto all’interno del tumulo, divenendo quest’ultimo. Le gesta e le voci della sua vita trascorsa fanno ora parte della sua vita presente.

142.
Rúnar munt þú finna
ok ráðna stafi,
mjök stóra stafi,
mjök stinna stafi,
er fáði fimbulþulr
ok gerðu ginnregin
ok reist hroftr rögna.

<<Rune tu troverai
lettere chiare,
lettere grandi,
lettere possenti,
che dipinse il terribile vate,
che crearono i supremi numi,
che incise Hroptr degli dèi.>>

Il candidato ora è divenuto un prescelto, un uomo con hamingja. Può finalmente raccogliere gli oggetti di valore con cui il defunto fu sepolto e rivendicarli come suoi propri; queste possenti e meravigliose armi, un tempo forgiate dall’onorevole deceduto, ora sono sue.

143.
Óðinn með ásum,
en fyr alfum Dáinn,
Dvalinn ok dvergum fyrir,
Ásviðr jötnum fyrir,
ek reist sjalfr sumar.

<<Óðinn tra gli Æsir,
ma per gli Álfar Dáinn,
Dvalinn innanzi ai Dvergar,
Ásviðr innanzi ai giganti,
io stesso ne ho incisa qualcuna.>>

Tutte le onorevoli gesta del passato sono ricordate, le gesta impresse nell’hamingja. Egli è ora un uomo con hamingja, pertanto si assicurerà che le proprie gesta onorevoli vadano ad assommarsi alla lista. Anch’egli ne imprimerà alcune, in onore dei suoi avi.
144.
Veistu, hvé rísta skal?
Veistu, hvé ráða skal?
Veistu, hvé fáa skal?
Veistu, hvé freista skal?
Veistu, hvé biðja skal?
Veistu, hvé blóta skal?
Veistu, hvé senda skal?
Veistu, hvé sóa skal?
<<Tu sai come incidere?
Tu sai come interpretare?
Tu sai come dipingere?
Tu sai come provare?
Tu sai come invocare?
Tu sai come sacrificare?
Tu sai come inviare?
Tu sai come immolare?>>
Il prescelto ha ora imparato a scrivere i segreti, a leggerli, a dipingerli, a provarli, ad invocarli, a sacrificarli, ad inviarli, ad usarli (immolarli).
145.
Betra er óbeðit
en sé ofblótit,
ey sér til gildis gjöf;
betra er ósent
en sé ofsóit.
Svá Þundr of reist
fyr þjóða rök,
þar hann upp of reis,
er hann aftr of kom.
<<È meglio non essere invocato
che ricevere troppi sacrifici:
un dono è sempre per un compenso.
È meglio essere senza offerte
che ricevere troppe immolazioni.
Così Þundr incise
prima della storia dei popoli;
poi egli si levò su
da dove era venuto.>>
Conclude dando alcuni consigli a quelli che verranno dopo di lui, su come padroneggiare i poteri che gli furono insegnati nel profondo del sepolcro, consigli che egli stesso diede in una vita da molto tempo trascorsa, prima che facesse ritorno in questo mondo. La sua mente si mantenne, e risorse dalla tomba alla vita sacrificando sè stesso a sè stesso — per divenire sè stesso. Di nuovo.
Quindi, per concludere, queste stanze dell’Hâvamâl hanno a che fare sempre con la stessa storia, quella che conosciamo da <<Sorcery and Religion in Ancient Scandinavia>>. E’ una descrizione del più importante rito di passaggio europeo, di come un individuo privo di hamingja possa diventarne uno che ne è invece provvisto. Si descrive come un uomo possa divenire un dio, connettendosi all’hamingja di quelli che vissero prima di lui, e continuando ad aggiungervi del potere egli stesso, compiendo gesta onorevoli in vita.
Potete leggere un migliaio di libri scritti dai così detti accademici e non imparare nulla, o potete dare ascolto al vostro sangue, alla voce dei vostri antenati, alla vostra intuizione e capirete il tutto in una frazione di secondo.
HailaR WôðanaR!
Traduzione a cura di Marco Prandini
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