Su utopia e distopia

Per come la vedo io i movimenti pagani, in tutte le aree della politica, sono divisi tra due differenti visioni del futuro: il ritorno a una vita in armonia con la natura e la rivoluzionata e rinnovata civiltà altamente tecnologica. Potremmo argomentare bene ciascuna delle due visioni.

Oggi discuterò del ritorno ad una vita in armonia con la natura. Non perché penso che sia la sola soluzione, ma perché penso meriti la nostra attenzione.

Per come la vedo io praticamente ogni cosa è sbagliata al mondo d’oggi. Dall’alta politica ai piccoli dettagli nella vita di tutti i giorni. Praticamente tutto è distruttivo, se non a breve termine almeno alla lunga. Letteralmente cachiamo nella nostra acqua. Inquiniamo il suolo sul quale facciamo crescere il nostro cibo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e, ultimo ma non meno importante, le nostre menti. Lo facciamo solo perché i nostri padroni vogliono fare sempre più soldi e perché siamo restii ad abbandonare questo stile di vita all’apparenza facile e confortevole, fatto da e per pigri subumani. Lo stile di vita moderno è così distruttivo che abbiamo anche bisogno di spendere enormi somme di denaro per la sanità, perché la nostra specie soffre troppo a causa delle tante inadeguatezze, e questo a sua volta ci porta a consumare ancora più risorse, inquinare ancora di più e rendere la nostra specie ancora più degenerata, cagionevole, stravolta, depravata, malata e bisognosa di cure mediche.

Questa trappola mortale porta profitto alla piccolissima elite che domina il nostro mondo, così viene perpetuata. La nave punta verso l’abisso, ma finché il suo sembrerà ancora un viaggio redditizio il capitano farà finta che tutto sia normale e che tutto andrà bene. A lui non importa del destino dei suoi passeggeri o della sua nave. Gli interessa solo il guadagno. Morirà anch’egli quando la nave affonderà nell’abisso, ma la sua brama d’oro lo ha reso cieco e non riesce più a vedere altro. Colerà a picco col resto di noi, tenendo tutto il nostro oro nelle sue mani.

Qualcuno parla di lasciare questo pianeta, in un qualche tempo nel futuro almeno, e andare a cercare qualche altro posto per vivere – là fuori. Per questo motivo essi sostengono fortemente la prosecuzione sulla strada dell’alta tecnologia sulla quale siamo già. Bene, mi dispiace dovervi deludere ma questo probabilmente non è possibile. L’uomo non può sopravvivere nello spazio a causa delle radiazioni estreme. È come un forno a microonde là fuori, e nessuno può recarvisi. Probabilmente non possiamo neanche andare oltre le fasce di van Allen. Per visitare anche solo Marte ci sarebbe bisogno di navi spaziali con muri di piombo spessi alcuni metri perché l’equipaggio possa sopravvivere. Più lontano si va, più radiazioni ci sono. Così almeno per questo post lasciateci far finta di essere costretti qui, sul nostro pianeta. Non c’è alcun modo che ci permetta di abbandonarlo fisicamente. Mai.

***

Il futuro dell’umanità oggi, se continuiamo su questa stessa strada, è quasi sicuramente nient’altro che caos, crimine senza controllo, guerra globale, fame, disastri naturali e un orribile deterioramento del benessere generale e della qualità della vita – e infine un’autoinflitta morte di massa e per molte razze anche l’estinzione. La natura reclamerà infine ciò che abbiamo preso da lei, e l’umanità sarà ridotta a piccole tribù sopravviventi in gruppetti isolati per epoche. Come ad esempio i Neanderthal in Europa, i Denisova in Asia e i Sapiens in Africa. La tecnologia diventerà sinonimo di morte e distruzione, e il collasso della produzione tecnologica in combinazione con questa visione del mondo antitecnologica farà tornare il mondo all’’Età della Pietra. Chiunque non sia prudente abbastanza da accettare questo nuovo modo di pensare e vivere sarà giustiziato – possibilmente per “blasfemia”. Saranno ritenuti troppo pericolosi per poter essere lasciati in vita.

In modo da far scordare ai sopravvissuti l’orribile tecnologia distruttiva i saggi presenteranno la loro propaganda in un modo molto colorito, usando metafore e realtà scarsamente tecnologiche o prive di tecnologia affinché i loro ascoltatori capiscano. Le loro storie diverrano note come mitologia.

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Forse col tempo, per esempio dopo 300 mila anni, i Neanderthal, che furono responsabili dell’alta tecnologia e anche delle invenzioni di bassa tecnologia in primo luogo, cominceranno lentamente a riscoprire ciò che i loro lontani antenati sapevano, ma qualora lo facciano questo richiederà un tempo molto lungo, e fino ad allora vivranno in armonia con la natura, e saranno felici, forti e saggi.

Forse, a causa dell’assenza di metalli ed elettricità, alcune delle abilità magiche che spesso sogniamo o immaginiamo i nostri antenati avessero, riaffioreranno (di nuovo?) qui nell’Europa dei Neanderthal, e aiuteranno a mantenere lo status quo. Dopotutto; se si ha la magia, a chi serve la tecnologia?

Quindi sto qui parlando del futuro, o invece in realtà del passato? O di entrambi? Ditemelo voi… HailaR WôðanaR!

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Traduzione a cura di Vargr í Véum

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2 thoughts on “Su utopia e distopia

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